L’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) offre una nuova analisi della crisi climatica e di come questa colpisca in modo crescente e sproporzionato le persone costrette alla fuga. Il cambiamento climatico sta infatti aggravando le esigenze di protezione e i rischi per le popolazioni sfollate, contribuendo a nuovi esodi, continui e prolungati. Alla fine del 2023, tre quarti delle persone costrette alla fuga vivevano in Paesi con un’esposizione elevata o estrema ai rischi climatici.
Nel rapporto Global Trends, l’UNHCR rileva che 120 milioni di persone nel mondo risultano “in fuga” per diverse cause – non solo climatiche, ma anche legate a guerre, persecuzioni, instabilità e disastri. L’agenzia ribadisce tuttavia il proprio impegno a sviluppare nuovi approcci e soluzioni per assistere tutte queste popolazioni vulnerabili, ovunque esse si trovino.
È importante precisare che non tutti questi 120 milioni sono “profughi climatici”. A differenza di questo dato aggregato, il rapporto più recente diffuso in occasione dell’apertura della Conferenza ONU sui cambiamenti climatici COP30 a Belém, in Brasile, si concentra specificamente sullo sfollamento legato al clima.
Secondo l’UNHCR, negli ultimi dieci anni gli eventi meteorologici estremi hanno provocato circa 250 milioni di sfollamenti interni, con una media di quasi 70.000 nuovi sfollati al giorno. Si tratta di una cifra che, da sola, supera ampiamente tutte le altre categorie di migrazioni forzate analizzate dal rapporto globale.
Tra gli esempi citati, troviamo le inondazioni che hanno devastato regioni del Sud Sudan e del Brasile, le ondate di caldo record che hanno colpito Kenya e Pakistan, e le siccità severe registrate in Ciad ed Etiopia. Questi fenomeni aggravano crisi umanitarie già profonde e mettono in ginocchio comunità che spesso non dispongono di alcun margine di adattamento a un clima sempre più estremo.
L’Africa è tra le aree più vulnerabili: secondo il rapporto, tre quarti del territorio africano risulta degradato, e oltre la metà dei campi profughi si trova in zone sottoposte a pressioni ambientali critiche. Particolarmente preoccupante è l’impatto del caldo estremo e della scarsità d’acqua. Il rapporto evidenzia che, entro il 2050, i quindici campi profughi più caldi del mondo – situati in Paesi come Gambia, Eritrea, Etiopia, Senegal e Mali – potrebbero affrontare quasi 200 giorni all’anno di stress termico pericoloso.
Una condizione che, secondo gli esperti, rischia di rendere queste aree di fatto inabitabili. L’UNHCR avverte che molti
insediamenti profughi sono esposti a una combinazione mortale di caldo estremo e umidità elevata. Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha sottolineato che «le condizioni meteorologiche estreme stanno distruggendo case e mezzi di sussistenza, costringendo famiglie – molte delle quali sono già fuggite dalla violenza – a fuggire di nuovo».
La crisi climatica sta così creando un vero e proprio ciclo di vulnerabilità, in cui le comunità più povere continuano a pagare il prezzo più alto.
Il rapporto analizza anche il legame tra degrado ambientale e conflitti. Nel Sahel, l’UNHCR registra un aumento delle tensioni sociali derivanti dalla perdita di mezzi di sussistenza causata dal cambiamento climatico: la scarsità di risorse e il collasso delle attività agricole stanno spingendo alcune fasce della popolazione verso gruppi armati, alimentando nuovi cicli di violenza e sfollamento. In questo contesto, lo stress ambientale diventa un vero moltiplicatore di instabilità.
Le Nazioni Unite avvertono che i disastri legati al clima, combinati con i conflitti, hanno costretto milioni di persone a lasciare le proprie case proprio mentre i leader mondiali si riuniscono per la 30a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) a Belém, in Brasile. L’UNHCR ha pubblicato per l’occasione il rapporto No Escape II: The Way Forward, secondo cui gli eventi meteorologici estremi hanno provocato circa 250 milioni di sfollamenti interni nell’ultimo decennio.
Il documento sottolinea che gli shock climatici sono sia una causa diretta di sfollamento sia un fattore che amplifica vulnerabilità già esistenti. «Negli ultimi dieci anni, i disastri legati al clima hanno generato circa 250 milioni di sfollamenti interni – oltre 67.000 al giorno», osserva l’agenzia. Vengono richiamati gli stessi eventi estremi già citati: le inondazioni in Sud Sudan e Brasile, il caldo record in Kenya e Pakistan, le gravi carenze idriche in Ciad ed Etiopia.
Guardando al futuro, l’UNHCR avverte che il numero di Paesi classificati come “estremamente esposti” ai rischi climatici potrebbe salire da 3 a 65 entro il 2040. Questi 65 Paesi ospitano già oltre il 45% delle persone sfollate da conflitti, evidenziando una pericolosa sovrapposizione tra rischio climatico e fragilità socio-politica.
Grandi ribadisce che «il clima estremo sta distruggendo case e mezzi di sussistenza e costringe famiglie, molte già fuggite dalla violenza, a fuggire ancora», sottolineando la ripetitività del fenomeno. Il rapporto proietta inoltre che entro il 2050 i quindici campi profughi più caldi del mondo potrebbero affrontare quasi 200 giorni all’anno di stress termico pericoloso, una condizione potenzialmente letale per popolazioni vulnerabili costrette a vivere in insediamenti sovraffollati e scarsamente ventilati.
L’UNHCR denuncia però che, mentre gli impatti climatici aumentano, gli impegni politici e finanziari per affrontarli stanno diminuendo. Gli Stati Uniti – tradizionalmente il principale donatore, responsabile da soli di oltre il 40% dei finanziamenti dell’UNHCR – hanno ridotto significativamente gli aiuti, e anche altri donatori hanno ristretto i bilanci. «I tagli ai finanziamenti stanno compromettendo gravemente la nostra capacità di proteggere rifugiati e famiglie sfollate dagli effetti del clima estremo», avverte Grandi, chiedendo che i fondi per il clima raggiungano le comunità già in condizioni critiche.
Per questo l’UNHCR chiede ai partecipanti della COP30 di adottare finanziamenti e politiche concrete per prevenire ulteriori sfollamenti e sostenere le popolazioni già colpite.